I camici bianchi italiani sanno bene che quello della responsabilità professionale è un tema estremamente delicato e che non va in alcun modo sottovalutato. Dotarsi di una polizza assicurativa che copra davvero le spalle del professionista in casi di presunta malpractice è un’esigenza imprescindibile ma non sempre è facile districarsi nella rete di cavilli, retroattività fittizie e quant’altro. Un caso di questo tipo è stato trattato da Sanità Informazione e racconta di come il dottor R., in seguito ad una complicanza che ha provocato un danno ad un paziente durante un’operazione (un esame di polipectomia), si è ritrovato a dover pagare più di 100mila euro. La particolarità di questa storia è che sia lui che la struttura erano assicurate. O meglio, lo erano in teoria…
L’assicurazione della struttura è in liquidazione
Il paziente che si riteneva danneggiato dal dottor R. cita il medico e la struttura per malpractice, chiedendo un risarcimento di circa 250mila euro. Il dottor R., che mai aveva dovuto affrontare una situazione del genere, non sa bene come muoversi. Ci pensa la sua azienda a tranquillizzarlo: «Nessun problema – gli viene detto –, ci occupiamo noi di tutto». Gli indicano anche un avvocato fidato. E poi, sia lui che l’azienda sono coperti dall’assicurazione. Quindi, anche se le cose dovessero mettersi male, non sarà una tragedia. «E invece poi scopro che l’assicurazione dell’azienda era in liquidazione – spiega il dottor R. a Sanità Informazione – e la mia, seppur condannata insieme all’azienda al risarcimento, trova un cavillo e stabilisce che non pagherà un euro».
La condanna e il rifiuto da parte della compagnia assicurativa a pagare
Il giudice civile di primo grado, infatti, condanna sia l’azienda che l’assicurazione del dottor R. al risarcimento dei danni. Ma l’azienda non è coperta e l’assicurazione personale si tira indietro. «La compagnia con cui avevo stipulato una polizza – spiega ancora – ha fatto ricorso in appello, ottenendo una sospensiva dell’esecuzione della sentenza, solo per la parte che le riguarda. Quindi, alla fine, a pagare dovevamo essere l’azienda e il sottoscritto». L’azienda, condannata in primo grado, paga l’intera somma. Dopo un paio di mesi emana però una delibera con cui pretende dal dottor R. la restituzione del 50% del risarcimento effettuato. Il dottor R. si ritrova uno stipendio ridotto di 730 euro. Per pagare tutta la somma richiesta dovrà “ridare” all’azienda 730 euro al mese per 140 mesi. O almeno è costretto a farlo fino a quando non cambia aria: il dottor R. aveva infatti precedentemente partecipato ad un concorso (poi vinto) e va a lavorare in un’altra struttura. Viene meno dunque la possibilità da parte del suo ex datore di lavoro di continuare a sottrargli 730 euro al mese. Ma l’azienda non molla e chiede al suo ex dipendente il pagamento della somma restante. Così il medico si ritrova costretto a fare una transazione e accetta di pagare una provvisionale, per evitare il pignoramento dello stipendio, ritrovandosi dunque a dover dare di nuovo 730 euro al mese alla sua ex azienda. Questo accadeva lo scorso maggio. Ora il dottor R. è in attesa del giudizio di appello sia del giudice del lavoro che della causa civile contro la sua assicurazione. La prima sentenza arriverà ad ottobre, la seconda a dicembre.