Mobilità sanitaria: dove vanno gli italiani per curarsi? Le mete più scelte

La mobilità sanitaria continua a crescere e supera i 5 miliardi di euro nel 2023, riflettendo divari sempre più marcati tra un Nord attrattivo, un Sud in difficoltà e un sistema in cui anche il privato convenzionato gioca un ruolo decisivo nell’accesso alle cure

Sommario

  1. Nord Italia: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attrattive
  2. Sud e Centro: mobilità passiva e disparità territoriali
  3. Trend e motivazioni dei pazienti
  4. Il ruolo del privato convenzionato
  5. Impatto economico e sociale
  6. Verso un sistema più equilibrato

Gli italiani continuano a spostarsi fuori dalla propria regione per ricevere cure specialistiche, interventi complessi e prestazioni tempestive, con un fenomeno che ha raggiunto un valore record di oltre 5 miliardi di euro nel 2023, secondo i dati più recenti disponibili. La mobilità sanitaria non è più un semplice spostamento occasionale: rappresenta un indicatore delle disomogeneità nei livelli di servizio tra Regioni, con differenze significative tra Nord e Sud che influenzano le scelte dei pazienti e i costi complessivi sostenuti dalle famiglie italiane.

Nord Italia: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attrattive

Nel quadro della mobilità sanitaria italiana, il Nord si conferma l’area con le Regioni più attrattive, in grado di attirare pazienti da tutto il Paese e non solo dalle aree meridionali. La Lombardia, da sola, concentra una quota molto significativa di mobilità attiva, con circa 1,12 miliardi di euro di prestazioni erogate a non residenti secondo l’ultimo report della Fondazione GIMBE.

Seguono Emilia-Romagna con 849,9 milioni e Veneto con 535,6 milioni, regioni in cui si concentra oltre metà dell’intera mobilità attiva nazionale. Questo significa che migliaia di persone ogni anno si spostano verso questi territori per motivi di salute, attratte da ospedali universitari, centri specialistici, tecnologia diagnostica avanzata e percezione di qualità delle cure più elevata rispetto ad altre aree del Paese.

La presenza di poli sanitari riconosciuti a livello nazionale e la disponibilità di servizi integrati spiegano in parte questi flussi. Il saldo positivo — ovvero la differenza tra risorse incassate per le cure erogate a non residenti e spese sostenute dai residenti altrove — è particolarmente alto per la Lombardia (circa +645,8 milioni di euro), sottolineando come la mobilità sanitaria abbia anche forti risvolti economici per le Regioni attrattive.

Sud e Centro: mobilità passiva e disparità territoriali

All’altro capo dello spettro si trovano molte Regioni del Sud e alcune del Centro che evidenziano saldi di mobilità negativi significativi, con risorse economiche che “escono” dal territorio perché i residenti si rivolgono altrove per curarsi. Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE, regioni come Calabria, Campania, Puglia e Sicilia mostrano perdite di mobilità passiva che vanno dai 246,7 ai 326,9 milioni di euro. Anche il Lazio, pur essendo una Regione centrale, spende molto per cure ricevute fuori, con una quota di mobilità passiva del 12,1% rispetto alla propria spesa sanitaria complessiva.

Questi dati rivelano che la mobilità sanitaria non è semplicemente un fenomeno Sud‑Nord, ma riguarda anche aree del Centro e regioni confinanti in cui l’offerta di alcuni servizi non soddisfa pienamente la domanda locale. I cittadini si trovano così costretti a sostenere costi aggiuntivi per spostarsi, affrontare viaggi più lunghi e dover organizzare ferie o assistenza familiare, con un impatto sociale non trascurabile.

Trend e motivazioni dei pazienti

La mobilità sanitaria ha mostrato una tendenza in crescita negli ultimi anni: nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, segnando un aumento rispetto ai 5,04 miliardi del 2022. Questa crescita non è lineare e dipende da molteplici fattori.

Tra i principali motivi che spingono i cittadini al trasferimento per cure ci sono: la necessità di prestazioni rapide, soprattutto per condizioni acute o tempestive; il bisogno di accedere a specialisti di alto livello; la ricerca di tecnologie diagnostiche o terapeutiche non disponibili localmente; e la percezione di migliori esiti clinici in alcune strutture.

La mobilità non riguarda solo ricoveri ospedalieri complessi, ma anche prestazioni ambulatoriali specialistiche, diagnostica avanzata e follow‑up di terapie particolari. Analisi più approfondite indicano che le dinamiche interne al Nord (per esempio tra Lombardia e regioni confinanti) non sono trascurabili, ma rispecchiano la presenza di centri di eccellenza sanitaria in grado di attrarre pazienti anche da regioni non lontane.

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Il ruolo del privato convenzionato

Un elemento importante che emerge dalle analisi dei dati è il ruolo crescente delle strutture sanitarie private convenzionate. Secondo un approfondimento di settore, oltre metà della spesa in mobilità sanitaria viene incassata da provider privati accreditati con il Servizio Sanitario Nazionale, evidenziando come il privato convenzionato sia spesso utilizzato dai cittadini per ottenere accesso rapido a prestazioni che nei percorsi pubblici richiedono tempi di attesa più lunghi.

Questo fenomeno è particolarmente evidente in alcune Regioni, dove la mobilità sanitaria verso strutture private è molto alta, ma ha rilevanza anche a livello nazionale, contribuendo a modellare i flussi complessivi e ad accentuare le differenze tra territori con forte presenza di queste strutture e territori in cui l’offerta rimane prevalentemente pubblica.

Impatto economico e sociale

La mobilità sanitaria ha conseguenze significative sia per i bilanci regionali sia per la vita dei cittadini. Per le Regioni attrattive, un saldo positivo può rappresentare risorse aggiuntive da reinvestire nei servizi sanitari locali, ma per le Regioni con saldo negativo si traduce in perdita di risorse e in una pressione maggiore sui servizi locali, che restano meno attrattivi per i cittadini 

Per le famiglie, affrontare visite o interventi fuori regione può significare sostenere costi di trasporto, soggiorno e assistenza, oltre a modificare la propria organizzazione quotidiana. Questo peso economico e sociale è particolarmente alto per anziani, persone con malattie croniche o nuclei familiari con minori, che spesso devono conciliare le cure con l’attività lavorativa o scolastica.

Verso un sistema più equilibrato

Per ridurre la mobilità sanitaria strutturale non si tratta di limitare la libertà di scelta dei pazienti, ma di rafforzare l’equità territoriale dell’offerta sanitaria. Ciò richiede investimenti mirati nelle infrastrutture, nella distribuzione degli specialisti e nell’accesso alle tecnologie di diagnostica e terapia avanzata, soprattutto nelle Regioni con saldo negativo.

Una maggiore integrazione tra pubblico e privato convenzionato, un piano nazionale per l’equilibrio territoriale dei servizi sanitari e interventi sulla formazione e stabilizzazione delle figure professionali chiave potrebbero contribuire a livellare i livelli di qualità dell’assistenza in tutto il Paese. Solo così il diritto alla salute potrà essere garantito in modo uniforme, riducendo la necessità di spostamenti costosi e gravosi per i cittadini.

Di: Viviana Franzellitti, giornalista

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