I medici di famiglia in calo costante: i numeri della crisi italiana

In Italia mancano oltre 5.700 medici di famiglia: ecco i dati della crisi, le regioni più colpite e cosa rischia l’assistenza territoriale

Sommario

  1. Un deficit strutturale che cresce nel tempo
  2. Le differenze territoriali e il peso delle grandi Regioni
  3. Carichi assistenziali in aumento e qualità della presa in carico
  4. Domanda di salute in crescita: l’impatto della demografia
  5. Il nodo del ricambio generazionale
  6. Una professione sempre meno attrattiva
  7. Il rischio per la tenuta dell’assistenza territoriale

La medicina generale italiana è entrata in una fase di criticità strutturale che va ben oltre la semplice carenza numerica di professionisti. I dati più aggiornati indicano un deficit di oltre 5.700 medici di medicina generale distribuiti in quasi tutto il Paese, con un calo di più di 5.000 unità negli ultimi cinque anni. Una riduzione che si inserisce in un contesto demografico profondamente mutato, segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle patologie croniche che richiedono una presa in carico continuativa e complessa. Il medico di famiglia resta il principale punto di accesso al Servizio sanitario nazionale e il perno dell’assistenza territoriale. Tuttavia, la progressiva riduzione del numero di professionisti, insieme all’aumento dei carichi assistenziali, sta mettendo in discussione la capacità del sistema di garantire prossimità, continuità delle cure e presa in carico dei pazienti più fragili. Per i professionisti sanitari, il tema non è più soltanto organizzativo o quantitativo: è una questione di sostenibilità del modello. Le dinamiche in atto indicano infatti un progressivo scollamento tra offerta di cure e bisogni di salute, con implicazioni rilevanti sia sul piano clinico sia su quello organizzativo.

Un deficit strutturale che cresce nel tempo

La carenza di medici di famiglia non è un fenomeno improvviso, ma il risultato di una programmazione insufficiente protrattasi per anni. Tra il 2019 e il 2024 il numero di medici di medicina generale è diminuito di oltre il 14%, passando da circa 42.000 a meno di 37.000 unità. Una contrazione che ha interessato praticamente tutte le Regioni, con intensità diverse ma con un trend univoco. Le stime più recenti indicano una carenza di 5.716 medici al 1° gennaio 2025, calcolata utilizzando un rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti. Si tratta di una soglia già più permissiva rispetto al parametro storico di 1 ogni 1.000, e che di fatto tende a ridurre sulla carta l’entità del fabbisogno. Alla base della riduzione vi sono fattori noti ma non adeguatamente governati: il mancato ricambio generazionale, una pianificazione delle borse di formazione per anni sottodimensionata rispetto ai pensionamenti attesi e, più recentemente, una progressiva perdita di attrattività della professione. Il risultato è un deficit che tende ad autoalimentarsi e che difficilmente potrà essere colmato nel breve periodo.

Le differenze territoriali e il peso delle grandi Regioni

La distribuzione della carenza sul territorio nazionale evidenzia forti disomogeneità, con le criticità più marcate nelle Regioni a maggiore densità abitativa e con sistemi sanitari più complessi. Lombardia, Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio concentrano le maggiori carenze in termini assoluti, riflettendo una domanda di assistenza particolarmente elevata. Tuttavia, la lettura regionale rischia di essere parziale. Le stime si basano su medie aggregate che non restituiscono le differenze interne ai territori. Anche nelle Regioni formalmente in equilibrio possono esistere ambiti territoriali carenti, quartieri urbani o aree periferiche dove l’accesso al medico di famiglia è già oggi fortemente limitato. Questo aspetto è particolarmente rilevante nelle grandi città, dove la difficoltà a trovare un medico disponibile non riguarda più soltanto le aree marginali o rurali, ma interessa anche contesti urbani densamente popolati. Il principio della libera scelta del medico, pilastro del sistema, risulta di fatto sempre più condizionato dalla disponibilità reale di professionisti.

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Carichi assistenziali in aumento e qualità della presa in carico

Parallelamente alla riduzione del numero di medici, cresce il numero medio di assistiti per ciascun professionista. I dati più recenti indicano una media nazionale di circa 1.383 assistiti per medico, con punte che superano i 1.500 in alcune Regioni. L’aumento dei carichi assistenziali ha implicazioni dirette sulla qualità dell’assistenza. Il tempo disponibile per ciascun paziente si riduce, rendendo più difficile una presa in carico adeguata, soprattutto nei casi di cronicità e multimorbilità. Si riduce anche la capacità di svolgere attività di prevenzione e monitoraggio, che rappresentano uno degli elementi qualificanti della medicina generale. Per i professionisti, questo si traduce in una crescente pressione lavorativa, aggravata da adempimenti burocratici e organizzativi. Per i pazienti, invece, significa maggiore difficoltà di accesso, tempi più lunghi e una relazione medico-paziente meno continuativa e strutturata.

Domanda di salute in crescita: l’impatto della demografia

La crisi della medicina generale si inserisce in un contesto demografico ed epidemiologico profondamente cambiato. Negli ultimi quarant’anni la quota di popolazione con più di 65 anni è quasi raddoppiata, mentre la componente degli ultraottantenni è più che triplicata. A questo si aggiunge il peso crescente delle malattie croniche. Oltre tre quarti degli over 65 convivono con almeno una patologia cronica e più della metà presenta condizioni di multicronicità. Questo comporta una gestione continuativa, integrata e multidisciplinare, con il medico di famiglia come coordinatore centrale dei percorsi di cura. Il modello organizzativo della medicina generale, tuttavia, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto a un contesto in cui la popolazione era più giovane e con bisogni assistenziali meno complessi. Il risultato è un disallineamento sempre più evidente tra domanda e offerta di assistenza.

Il nodo del ricambio generazionale

Uno dei fattori più critici riguarda il ricambio generazionale. Nei prossimi anni è attesa un’ondata significativa di pensionamenti: oltre 8.000 medici di famiglia raggiungeranno il limite di età entro il 2028. A fronte di queste uscite, il numero di nuovi medici formati non è sufficiente a garantire la sostituzione. Dopo un aumento temporaneo delle borse di studio negli anni della pandemia, i finanziamenti sono tornati a ridursi. Inoltre, non tutte le borse vengono assegnate e una quota rilevante degli iscritti al corso di formazione in medicina generale abbandona il percorso prima del completamento. Anche nello scenario più favorevole, il sistema non riuscirà a compensare i pensionamenti previsti, con un ulteriore ampliamento del divario tra fabbisogno e disponibilità di medici.

Una professione sempre meno attrattiva

Accanto ai fattori demografici e programmatori, emerge con sempre maggiore evidenza il tema dell’attrattività della professione. Sempre più giovani medici scelgono percorsi alternativi alla medicina generale, orientandosi verso specializzazioni considerate più sostenibili dal punto di vista organizzativo ed economico. Pesano diversi elementi: carichi di lavoro elevati, responsabilità crescenti, forte esposizione alla domanda assistenziale e un’organizzazione percepita come poco flessibile. A ciò si aggiunge il dibattito irrisolto sull’inquadramento contrattuale, tra regime di convenzione e ipotesi di dipendenza, che contribuisce a generare incertezza sul futuro della professione. Il risultato è un progressivo disallineamento tra fabbisogno del sistema e scelte professionali dei medici, con segnali evidenti come la mancata copertura delle borse in alcune Regioni e la riduzione dell’interesse verso il percorso formativo.

Il rischio per la tenuta dell’assistenza territoriale

La riduzione dei medici di famiglia ha implicazioni che vanno ben oltre l’accesso alle cure primarie. Il medico di medicina generale rappresenta infatti il primo filtro del sistema sanitario e il principale coordinatore dei percorsi assistenziali, soprattutto per i pazienti cronici e fragili. Un indebolimento di questa figura comporta inevitabilmente un aumento della pressione su altri livelli di assistenza, in particolare sui pronto soccorso e sulle strutture ospedaliere. Si riduce la capacità di intercettare precocemente i bisogni di salute e di gestire le condizioni croniche sul territorio, con possibili ricadute sulla qualità delle cure e sui costi complessivi del sistema. Le misure adottate finora appaiono prevalentemente orientate a tamponare l’emergenza, attraverso deroghe, innalzamento dei massimali e prolungamento dell’età lavorativa. Interventi che, pur necessari nel breve periodo, non affrontano le cause strutturali della crisi.

La sfida, per il Servizio sanitario nazionale, è quindi quella di ripensare in modo organico il ruolo della medicina generale, dalla formazione all’organizzazione del lavoro, fino all’integrazione con le nuove strutture territoriali. Senza una riforma complessiva, il rischio è quello di un progressivo indebolimento dell’assistenza di prossimità, con conseguenze rilevanti per l’intero sistema sanitario.

Di: Viviana Franzellitti, giornalista

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