La scabbia, una malattia della pelle causata da un minuscolo acaro (Sarcoptes scabiei), è tornata a preoccupare medici e autorità sanitarie in Italia. Dopo anni in cui i casi erano relativamente pochi, oggi si osserva un aumento significativo, con focolai soprattutto nelle scuole, nelle comunità residenziali per anziani e nelle strutture sanitarie. Si tratta di una condizione altamente contagiosa, che si trasmette soprattutto tramite contatto diretto pelle-pelle, ma può diffondersi anche attraverso biancheria o vestiti contaminati, soprattutto in contesti affollati. La recrudescenza della scabbia ha reso urgente la sensibilizzazione della popolazione e una gestione tempestiva dei casi, per proteggere soprattutto i gruppi più vulnerabili.
Che cos’è la scabbia e quali sono i sintomi
La scabbia è causata da un piccolo acaro che vive sulla pelle umana, scavando piccolissimi tunnel nello strato superficiale dell’epidermide per deporre le uova. La reazione del sistema immunitario agli acari e ai loro residui provoca il prurito intenso e le eruzioni cutanee tipiche della malattia. Il prurito è spesso più intenso di notte e può disturbare seriamente il sonno.
Le lesioni si presentano come piccole papule o vescicole, che possono infettarsi se grattate eccessivamente. Segni più specifici sono i cunicoli sottili, linee leggermente in rilievo sulla pelle, visibili tra le dita, sui polsi, nelle ascelle e in alcune zone genitali. Nei bambini e negli anziani, le lesioni possono comparire anche su palmi, piante dei piedi e cuoio capelluto, complicando il riconoscimento precoce.
Il periodo di incubazione varia da 2 a 6 settimane, quindi chi è stato infettato può non avere subito sintomi evidenti, rendendo più difficile individuare e isolare i focolai.
Diagnosi e aumento dei casi in Italia
Riconoscere la scabbia richiede attenzione e competenza. La diagnosi è prevalentemente clinica, basata sull’osservazione dei sintomi e sulla distribuzione delle lesioni. In situazioni incerte, il medico può utilizzare strumenti come il dermatoscopio o effettuare un raschiamento cutaneo, osservando al microscopio la presenza di acari o uova.
Una diagnosi tempestiva non solo permette di iniziare il trattamento corretto, ma aiuta anche a ridurre la trasmissione della malattia in famiglia, a scuola e nelle comunità.
Negli ultimi anni, la scabbia ha visto un ritorno significativo in Italia. Crescono in particolare i casi in Emilia-Romagna e nel Lazio, dove focolai sono stati registrati soprattutto nelle strutture residenziali e nelle scuole. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST), che invita a non sottovalutare la diffusione del parassita.
Alcune regioni hanno registrato un incremento dei focolai fino al +750% tra il 2020 e il 2023, con casi concentrati soprattutto in strutture residenziali e scuole. Dati regionali più recenti mostrano che in Piemonte nel 2024 sono stati segnalati oltre 2.200 casi, con un aumento di oltre tre volte rispetto al 2020, mentre in Trentino nel 2025 sono già stati riportati oltre 280 casi, molti dei quali in RSA e comunità per anziani.
Questo aumento è stato favorito da diversi fattori: la ripresa dei contatti sociali post-pandemia, la facilità di trasmissione negli ambienti collettivi, e la difficoltà di diagnosticare tempestivamente i casi nei bambini e negli anziani. Alcuni studi suggeriscono anche una ridotta efficacia di alcuni trattamenti in contesti specifici, complicando il controllo dei focolai.
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Trattamento, prevenzione e sfide della scabbia in Italia
La scabbia è una malattia curabile, ma la sua recrudescenza in Italia richiede un approccio integrato che combini trattamento tempestivo, misure preventive efficaci e attenzione ai contatti e ai contesti a rischio. Il trattamento punta a eliminare l’acaro, alleviare il prurito e prevenire reinfestazioni. È fondamentale curare tutti i conviventi o contatti stretti, anche se asintomatici, utilizzando permethrin topico al 5%, lozioni acaricide e, in casi selezionati, ivermectina orale. Spesso il trattamento viene ripetuto dopo 7‑14 giorni per garantire la completa eliminazione degli acari e delle uova.
Parallelamente, la prevenzione si basa su comportamenti mirati e igiene personale e ambientale: evitare contatti prolungati con persone infette, lavare biancheria e vestiti a temperature elevate (≥60°C), non condividere oggetti personali e promuovere la sensibilizzazione sui sintomi e la diagnosi precoce.
Nonostante la malattia sia curabile, la sua diffusione rappresenta oggi una sfida di sanità pubblica, soprattutto nelle comunità scolastiche, RSA e strutture sanitarie. La gestione efficace dei casi, l’informazione puntuale e il rispetto delle corrette misure igieniche sono strumenti fondamentali per fermare i focolai, proteggere le persone più vulnerabili e ridurre l’impatto della malattia sulla popolazione.