Acqua confezionata o del rubinetto? Il rischio microplastiche

Uno studio della Ohio State University e una revisione della Concordia University di Montreal mostrano che l’acqua in bottiglia può contenere fino a tre volte più microplastiche rispetto al rubinetto, con decine di migliaia di particelle ingerite ogni anno

Sommario

  1. Microplastiche e nanoplastiche: come si ritrovano nelle bottiglie
  2. Quante particelle ingeriamo ogni anno
  3. L’acqua del rubinetto: più sicura ma non perfetta
  4. Nanoplastiche e differenze tra marche: il rischio invisibile nell’acqua in bottiglia
  5. Salute, esposizione e normative: come ridurre i rischi

Bere acqua in bottiglia non garantisce automaticamente maggiore sicurezza rispetto all’acqua del rubinetto. Analisi recenti, infatti, mostrano che l’acqua minerale può contenere fino a tre volte più microplastiche e nanoplastiche, con decine di migliaia di particelle ingerite ogni anno da chi la consuma regolarmente. Questi dati mettono in discussione il mito della bottiglia “più pura” e aprono interrogativi sui possibili effetti a lungo termine sulla salute. Bere acqua confezionata non significa proteggersi automaticamente: le bottiglie di plastica possono rilasciare particelle invisibili, e l’esposizione quotidiana può risultare superiore rispetto a chi beve acqua del rubinetto trattata correttamente.

Microplastiche e nanoplastiche: come si ritrovano nelle bottiglie

Lo studio della Ohio State University ha analizzato campioni di acqua in bottiglia e di rubinetto, rilevando particelle di dimensioni variabili tra 300 nanometri e oltre 40 micrometri. Le sostanze più frequenti sono poliammidi (PA), polietilene tereftalato (PET) e polietilene (PE), presenti anche nei tappi e nei sistemi di chiusura. Il rischio aumenta quando le bottiglie vengono esposte a luce, calore o movimenti, o durante imbottigliamento e trasporto, perché questi fattori favoriscono il distacco di microplastiche. L’analisi ha utilizzato strumenti avanzati come la microscopia elettronica a scansione (SEM) e la spettroscopia a infrarossi ottico-fototermica (OPTIR), capaci di rilevare particelle fino a 300 nanometri.

Quante particelle ingeriamo ogni anno

Secondo la revisione della Concordia University di Montreal, che ha analizzato oltre 140 studi, chi consuma abitualmente acqua minerale può ingerire fino a 90.000 particelle all’anno in più rispetto a chi beve solo acqua del rubinetto, che mediamente contiene tra 39.000 e 52.000 particelle annuali. La revisione ha evidenziato una forte variabilità tra marche, con alcune bottiglie che superano le 10.000 particelle per litro e altre molto meno contaminate. All’interno dello stesso produttore, le acque prodotte in Italia risultano mediamente meno contaminate rispetto a quelle importate, sottolineando quanto processi produttivi, materiali e controlli di qualità influenzino la presenza di microplastiche.

L’acqua del rubinetto: più sicura ma non perfetta

Anche l’acqua domestica contiene microplastiche, ma generalmente in quantità inferiori rispetto all’acqua in bottiglia. Le particelle presenti derivano da polimeri naturali, gomme ed elastomeri presenti nell’ambiente, come fiumi, laghi e ghiacciai. Gli impianti di trattamento riescono a rimuovere gran parte di queste particelle, riducendo l’esposizione quotidiana. Quando l’acqua del rubinetto è trattata secondo standard di sicurezza, rappresenta una scelta più prudente e sostenibile, evitando anche il consumo massiccio di plastica monouso.

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Nanoplastiche e differenze tra marche: il rischio invisibile nell’acqua in bottiglia

Le nanoplastiche, frammenti ancora più piccoli delle microplastiche, possono attraversare barriere biologiche, entrare nel flusso sanguigno e accumularsi nei tessuti. Le analisi mostrano che una parte significativa delle particelle presenti nell’acqua in bottiglia appartiene a questa categoria, rendendo la scelta dell’acqua del rubinetto più sicura per ridurre l’esposizione quotidiana. Gli studi suggeriscono possibili effetti sulla salute, come infiammazioni, alterazioni del microbiota intestinale e stress cellulare, anche se la ricerca è ancora in corso per definirne appieno gli impatti a lungo termine.

La contaminazione varia significativamente tra le diverse marche di acqua in bottiglia. Alcune mostrano valori molto elevati, altre sono decisamente più basse. Questa variabilità dipende dal tipo di plastica delle bottiglie, dai materiali e dalla qualità dei tappi, dai processi di imbottigliamento e trasporto, e dalle condizioni di conservazione e esposizione a luce o calore. Anche l’uso di plastica riciclata non elimina completamente il problema, perché i materiali lavorati più volte possono frammentarsi più facilmente.

Salute, esposizione e normative: come ridurre i rischi

L’ingestione costante di micro e nanoplastiche può avere effetti rilevanti sull’organismo, inclusi infiammazioni, accumulo nei tessuti, alterazioni del microbiota e possibili disturbi metabolici. Per ridurre l’esposizione, gli esperti consigliano di preferire acqua del rubinetto dove i controlli sono affidabili, evitare di esporre le bottiglie a luce e calore e ridurre l’uso di contenitori monouso. Le evidenze scientifiche sottolineano anche la necessità di limiti chiari di contaminazione da plastica, protocolli condivisi per il monitoraggio e materiali più sicuri per le bottiglie. Anche la plastica riciclata non elimina completamente il problema, che resta rilevante sia per i consumatori sia per l’ambiente, considerando il contributo delle bottiglie monouso alla dispersione di microplastiche negli ecosistemi e nella catena alimentare.

Di: Viviana Franzellitti, giornalista

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