Una nuova ricerca suggerisce che le differenze nella connettività cerebrale tra maschi e femmine sono minime nell’infanzia ma diventano molto più pronunciate a partire dalla pubertà, continuando in parte a crescere anche nell’età adulta. Lo studio, pubblicato come preprint su bioRxiv analizza dati di imaging cerebrale di persone tra gli 8 e i 100 anni. I risultati potrebbero aiutare a comprendere perché alcuni disturbi mentali mostrano una diversa prevalenza tra uomini e donne: ad esempio, le donne hanno circa il doppio delle probabilità di sviluppare ansia o depressione, mentre i ragazzi ricevono diagnosi di disturbo dello spettro autistico più frequentemente rispetto alle ragazze.
Il team guidato da Amy Kuceyeski della Weill Cornell Medicine ha esaminato le scansioni di risonanza magnetica funzionale di 1.286 individui, suddivisi equamente per sesso alla nascita. Utilizzando uno strumento di intelligenza artificiale chiamato Krakencoder, i ricercatori hanno analizzato sia le connessioni strutturali (i collegamenti fisici tra regioni cerebrali) sia quelle funzionali (l’attività sincronizzata tra aree diverse). Le differenze risultano quasi impercettibili prima della pubertà, ma si amplificano rapidamente durante l’adolescenza, in parallelo con l’aumento degli ormoni sessuali. Questo dato temporale è uno dei punti più solidi dello studio: indica che lo sviluppo biologico gioca probabilmente un ruolo, anche se non è detto che sia l’unico fattore in campo.
Le reti cerebrali coinvolte e i possibili legami con la salute mentale
Entrando nel dettaglio, le differenze funzionali più marcate riguardano le reti cerebrali di ordine superiore, coinvolte in attenzione, autoconsapevolezza e processo decisionale. In particolare, nelle partecipanti di sesso femminile è stata osservata una connettività più forte nella cosiddetta “rete di default”, associata a processi mentali interni come la riflessione su di sé. Alcuni studi precedenti hanno collegato un’eccessiva connettività di questa rete alla depressione, elemento che potrebbe offrire un indizio sui tassi più elevati di disturbi depressivi nelle donne.
Sul piano strutturale, invece, le differenze sembrano accentuarsi nella mezza età, specialmente in reti cerebrali più legate all’elaborazione sensoriale e al controllo motorio, come quelle che coinvolgono il cervelletto. Con l’avanzare dell’età, nei partecipanti di sesso maschile alcune connessioni cerebellari diventano relativamente più forti rispetto alle donne. È importante essere chiari: non stiamo parlando di “cervelli maschili” e “cervelli femminili” rigidamente distinti. Le differenze emergono come tendenze statistiche su grandi gruppi. Tuttavia, combinate tra loro, queste misurazioni mostrano una sorprendente capacità di classificare il sesso biologico. È un dato potente, ma va maneggiato con prudenza.
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Qui entra la parte più delicata. Lo studio si basa sul sesso assegnato alla nascita, perché non disponeva di dati sull’identità di genere o sulle esperienze sociali dei partecipanti. Diversi neuroscienziati hanno espresso cautela. Daphna Joel, dell’Università di Tel Aviv, richiama un suo lavoro del 2015 secondo cui ogni cervello umano sarebbe un “mosaico” di caratteristiche, alcune più comuni negli uomini, altre nelle donne. In questa prospettiva, parlare di due categorie nette rischia di semplificare eccessivamente la realtà.
Altri esperti sottolineano che fattori come educazione, aspettative sociali, stress, discriminazioni o violenza possono influenzare profondamente lo sviluppo cerebrale. Se le donne mostrano più depressione, potrebbe dipendere anche da pressioni socioeconomiche o culturali, non solo da differenze biologiche. Il punto chiave è questo: il cervello è plastico, risponde all’ambiente per tutta la vita. I dati attuali offrono un’istantanea, non una traiettoria individuale nel tempo. Gli stessi autori riconoscono che districare genetica, ormoni e ambiente è estremamente complesso.