La pubblicazione di oltre tre milioni di documenti legati a Jeffrey Epstein ha riacceso i riflettori su un aspetto già controverso della sua figura: i rapporti con il mondo accademico. Morto suicida nel 2019 mentre era detenuto con l’accusa di traffico sessuale di minori, Epstein non era soltanto un finanziere caduto in disgrazia, ma anche un generoso – e influente – finanziatore della ricerca scientifica. I nuovi file, resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti in seguito all’approvazione dell’Epstein Transparency Act, mostrano che il suo coinvolgimento con scienziati e istituzioni fu più ampio e strutturato di quanto si ritenesse.
Secondo la rivista Nature, già dopo la sua prima condanna nel 2008, numerosi ricercatori avevano continuato a frequentarlo e ad accettare fondi, sollevando critiche e scandali interni. Un caso emblematico riguarda il Massachusetts Institute of Technology, che ricevette 800.000 dollari da Epstein: la rivelazione provocò dimissioni e sospensioni, oltre a un’indagine interna che parlò di “significativi errori di valutazione”. I nuovi documenti, tuttavia, suggeriscono che il problema non si limitava a singole donazioni, ma a una rete di relazioni personali e professionali che includeva alcune delle figure più note della scienza contemporanea.
È importante sottolineare che i riferimenti nei documenti non implicano illeciti da parte degli scienziati coinvolti. Tuttavia, mettono in luce un nodo etico cruciale: fino a che punto il denaro privato può – o deve – influenzare la ricerca? E quali controlli sono necessari per evitare che la reputazione di un’istituzione venga compromessa dai suoi finanziatori?
Stelle della scienza e rapporti controversi
Tra i nomi emersi nei documenti figurano scienziati di primo piano. Il fisico teorico Lawrence Krauss, la cui organizzazione ricevette 250.000 dollari da Epstein, compare in una corrispondenza in cui il finanziere si mostra preoccupato per l’attenzione mediatica su accuse di molestie che avevano portato all’espulsione di Krauss dall’Arizona State University. Krauss ha dichiarato di non essere stato a conoscenza dei crimini di Epstein e di essere rimasto scioccato dal suo arresto.
Anche la fisica teorica Lisa Randall dell’Università di Harvard compare nei file, con riferimenti a scambi di e-mail e a una visita sull’isola privata di Epstein nei Caraibi. Randall ha poi espresso pubblicamente rammarico per aver mantenuto i contatti. Un altro episodio riguarda Nathan Wolfe, allora alla Stanford University, che nel 2013 propose a Epstein uno studio sul comportamento sessuale di studenti universitari. Wolfe ha precisato che il progetto non fu mai finanziato e ha riconosciuto, col senno di poi, l’inadeguatezza del rapporto.
Questi casi mostrano una dinamica complessa: da un lato, scienziati che cercano fondi per ricerche innovative; dall’altro, un finanziatore che, pur già condannato, continuava a esercitare attrazione grazie alle sue risorse e alle sue connessioni. La questione non è solo morale, ma strutturale: quanto il sistema accademico, sempre più dipendente da capitali privati, sia vulnerabile a compromessi reputazionali.
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Il Program for Evolutionary Dynamics e il ruolo attivo di Epstein
Uno dei legami più stretti fu quello con il biologo matematico Martin Nowak. Grazie a un finanziamento di 6,5 milioni di dollari, Nowak fondò ad Harvard il Program for Evolutionary Dynamics (PED), centro dedicato alla modellizzazione matematica dell’evoluzione. I documenti rivelano che Epstein non fu un semplice benefattore: visitava regolarmente il centro, disponeva di un ufficio – noto informalmente come “l’ufficio di Jeffrey” – e partecipava attivamente alle discussioni scientifiche.
Nel 2021, l’Università di Harvard chiuse il PED dopo una revisione interna e sanzionò Nowak, sanzioni poi revocate nel 2023. Le e-mail mostrano che Epstein riceveva bozze di articoli prima della pubblicazione e offriva consigli su come rispondere alle critiche. Per molti osservatori, questo livello di coinvolgimento supera quello normalmente accettabile per un finanziatore.
Il caso solleva una questione delicata: la linea di confine tra mecenatismo e interferenza. Se un donatore partecipa alla definizione degli indirizzi di ricerca o alla gestione delle controversie scientifiche, il rischio è che l’autonomia accademica venga percepita come compromessa, anche in assenza di pressioni esplicite.
Finanziamenti privati e responsabilità istituzionale
Nature ricorda che i documenti coinvolgono anche Corina Tarnita, oggi alla Princeton University, che da dottoranda fu in contatto con Epstein. Alcuni bonifici da lei facilitati verso giovani matematiche rumene hanno generato speculazioni online, ma la documentazione esibita dall’ateneo indica che si trattava di borse di studio legittime. Tarnita ha espresso disgusto per i crimini di Epstein e rammarico per averlo incontrato.
Al di là dei singoli casi, la vicenda evidenzia un problema sistemico. Come ha osservato il matematico Jesse Kass dell’Università della California a Santa Cruz, è “inaudito” che un finanziatore si impegni a quel livello nella ricerca. Le università, spinte dalla competizione globale e dalla riduzione dei fondi pubblici, sono sempre più inclini ad accettare capitali privati, talvolta senza adeguate verifiche etiche.