Farmacisti: dall’Ue la proposta di una laurea unica europea

Che conseguenze può avere la proposta della Commissione europea di una laurea unica per le professioni sanitarie, in particolare nel settore delle farmacie? Lo abbiamo chiesto a Roberto Tobia, segretario di Federfarma.

Sommario

  1. Segretario Tobia, di recente la Commissione europea ha presentato una comunicazione e due raccomandazioni volte a istituire una laurea europea. Cosa vuol dire conseguire una laurea “unica”?
  2. Quali sono i vantaggi (ed eventuali svantaggi) di una laurea valida in tutta l’Unione, sia per gli studenti che per i sistemi sanitari?
  3. Quali sono invece le difficoltà che potrebbero riscontrare gli atenei nell’unificare le offerte formative?
  4. Che risvolti potrebbe avere sul lavoro del farmacista e l’intero settore delle farmacie?

Il 27 marzo la Commissione europea ha presentato una proposta per creare una laurea unica europea, e dunque valida in tutti i paesi dell'Unione, per le professioni sanitarie. L'iniziativa punta a superare la necessità di riconoscere crediti formativi esteri, armonizzando i programmi di insegnamento tra università di diversi Paesi. Questo sistema favorirebbe la mobilità degli studenti e renderebbe i laureati più competitivi a livello globale. Tuttavia, richiede la collaborazione tra gli atenei e l'elaborazione di linee guida per garantire la qualità.

Ma che impatto può avere una laurea unica europea nel settore delle farmacie? Lo abbiamo chiesto al segretario di Federfarma Roberto Tobia, già presidente del PGEU, il raggruppamento di cui fanno parte tutte le Federazioni degli Ordini dei farmacisti e le Associazioni nazionali delle farmacie europee.

Segretario Tobia, di recente la Commissione europea ha presentato una comunicazione e due raccomandazioni volte a istituire una laurea europea. Cosa vuol dire conseguire una laurea “unica”?

“Nelle intenzioni della Commissione l’idea è quella di creare le condizioni affinché il mondo accademico collabori a livello transfrontaliero per arrivare ad un corso di laurea che possa effettivamente qualificarsi come europeo.  L’idea è quella di fornire a tale titolo una maggiore attrattività rispetto a titoli riconosciuti da un solo Stato. Il progetto della laurea  europea apre la strada a un nuovo tipo di programmi congiunti di laurea, master o dottorato, erogati su base volontaria a livello nazionale, regionale o istituzionale e basati su un insieme comune di criteri concordati a livello europeo. Il titolo, quindi, sarà automaticamente riconosciuto in tutta l'UE.  Non si tratterebbe perciò di una laurea unica e uguale su tutto il territorio europeo, ma piuttosto di un titolo che stabilisce percorsi qualificanti condivisi da più Università. L’idea è comunque affascinante e ha ovviamente il suo target in studenti che immaginano un percorso professionale e lavorativo più di tipo europeo che domestico. Il ruolo della Commissione europea in questa fase è essenzialmente quello di facilitatore nei confronti degli Stati membri e del mondo accademico che dovrà essere in grado di cogliere tale opportunità.  Ritengo che un modello di istruzione transnazionale è ormai una necessità, dato che le sfide chiave del nostro tempo stanno diventando sempre più globali e l’autonomia strategica dell'Europa sempre più urgente. Le generazioni future devono essere dotate delle competenze e delle abilità di cui le società europee avranno bisogno per prosperare in un mondo sempre più interconnesso

Quali sono i vantaggi (ed eventuali svantaggi) di una laurea valida in tutta l’Unione, sia per gli studenti che per i sistemi sanitari?

“Rispetto al modello che vige attualmente, e parlo di ciò che conosco ovvero dell’ambito dei professionisti sanitari, bisognerebbe capire che tipo di evoluzione avrebbe dal punto di vista normativo.  In altre parole se si arriva ad un accordo tra atenei per poter garantire che il diploma offerto agli studenti abbia la qualifica di diploma europeo, bisognerà capire se questo sarà considerato un diploma automaticamente valido in tutta l’Unione Europea senza sottostare all’attuale procedura di mutuo riconoscimento, che comunque è ormai stata ampiamente semplificata e prevede tempi abbastanza brevi per il riconoscimento dei diplomi ottenuti nei Paesi UE.  Tutto ciò ha chiaramente bisogno di un percorso normativo ad hoc, che non penso possa vedere la luce a breve, se mai se ne discuterà concretamente. Credo che l’iniziativa molto probabilmente potrà risultare attraente per gli studenti e per le grandi aziende; non credo invece che comporterà cambiamenti di portata tale da avere impatto sui sistemi sanitari o sulle piccole e medie imprese. Non bisogna poi dimenticare che anche quando un titolo ottiene la qualifica di “europeo” ciò di per sé non è sufficiente: altro requisito essenziale è infatti l’approfondita conoscenza - parlata e scritta - della lingua del Paese in cui andrà ad operare”.

Quali sono invece le difficoltà che potrebbero riscontrare gli atenei nell’unificare le offerte formative?

“È difficile dare una risposta senza avere conoscenza diretta delle dinamiche interne al mondo accademico, anche se è opportuno ricordare come il percorso previsto a due step dovrebbe portare a smussare le difficoltà che potrebbero ritrovare gli atenei. Il primo di questi due step è un marchio europeo preparatorio che verrebbe assegnato ai programmi di laurea congiunti che soddisfano i criteri europei proposti. Il certificato del marchio è un documento separato che verrà consegnato agli studenti insieme al diploma di laurea. Il secondo passo è la laurea europea vera e propria, che richiederà più tempo per essere implementata.

Penso che un punto di incontro tra gli atenei per arrivare ad una offerta formativa che sia di qualità, e quindi attrattiva, sia legata alla necessità di abbracciare materie che sempre più si stanno delineando come le attività del presente e soprattutto del futuro. Non basta infatti “incontrare” le materie che già l’Unione europea considera obbligatorie per arrivare all’attuale reciproco riconoscimento del titolo (almeno in ambito sanitario) in tutta Europa, ma occorrerà allargare l’offerta a quelle che saranno le materie che diventeranno obbligatorie nel futuro prossimo.   Occorrerà, quindi, poter disporre di capacità “visionarie” e fare di tali capacità un polo di attrazione per studenti che, per forma mentis, hanno innata la capacità di guardare lontano”.  

Che risvolti potrebbe avere sul lavoro del farmacista e l’intero settore delle farmacie?

“Noi riscontriamo nel nostro settore, ovvero quello delle farmacie aperte al pubblico, una scarsa mobilità intraeuropea di laureati.  Il numero di farmacisti europei che viene a lavorare in Italia è del tutto esiguo ed è un numero costante nel corso degli ultimi 10 anni.  Per questo non ci aspettiamo che un titolo europeo modifichi la situazione attuale che però necessita comunque di attenzione, perché la carenza di farmacisti si sta manifestando anche nel nostro Paese.  In questo senso, probabilmente, più che una laurea europea in farmacia occorrerebbe, fin da subito, che il Governo pensasse a percorsi accelerati per riconoscere i diplomi di laurea ottenuti in Paesi extraeuropei. Su questo argomento, tra l’altro, c’è già una Raccomandazione della Commissione UE dello scorso mese di novembre che incoraggia gli Stati membri a prendere iniziative proprio in tal senso. Occorre programmare ora tali percorsi nazionali, sia normativi che amministrativi, in modo tale da poterne usufruire agevolmente nel momento in cui il problema della carenza di professionisti sanitari dovesse diventare urgente”.

Di: Arnaldo Iodice, giornalista - quotidianosanita.it

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