Medici pensionati negli ospedali: al centro del dibattito sanitario

L’impiego di medici pensionati nei Pronto Soccorso divide il mondo sanitario: tra carenze di personale, necessità di garantire continuità assistenziale e dubbi su sicurezza e qualità delle cure. Ecco i punti chiave del dibattito.

Sommario

  1. La cautela dei sindacati: tra volontarietà e rischio "tappo"
  2. Il fronte del "No": l'emergenza-urgenza rifiuta i tamponi

L'attualità politica e sanitaria italiana di questo inizio 2026 è segnata dal via libera a un emendamento al Decreto Milleproroghe con cui il Governo ha ufficialmente prorogato fino al 31 dicembre 2026 la possibilità per le Aziende Sanitarie Locali di trattenere in servizio o riassumere medici e operatori sanitari già in pensione, innalzando il limite massimo di età fino ai 72 anni.

Questa decisione, supportata da una relazione tecnica della Ragioneria Generale dello Stato, mira a tamponare una carenza di personale che ha ormai assunto proporzioni drammatiche, soprattutto nelle aree di prima linea.

Secondo le nuove disposizioni, il personale riammesso potrà operare su istanza dell'interessato e dovrà scegliere se mantenere il trattamento pensionistico o percepire la retribuzione prevista per il nuovo incarico, pur con il divieto tassativo di ricoprire ruoli apicali o direttivi.

La norma nasce dal bisogno di completare la formazione delle nuove leve senza lasciare scoperti i turni notturni e festivi, che oggi rappresentano il vero tallone d'Achille del Sistema Sanitario Nazionale, garantendo così una continuità assistenziale che altrimenti rischierebbe di svanire in molti presidi periferici e metropolitani.

La cautela dei sindacati: tra volontarietà e rischio "tappo"

Le reazioni del mondo sindacale non si sono fatte attendere, e oscillano tra un pragmatismo rassegnato e il timore di un blocco generazionale. Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale di Anaao Assomed, ha espresso una posizione di apertura condizionata, sottolineando che il sindacato non è pregiudizialmente contrario alla norma, a patto però che sia su base esclusivamente volontaria, che questi colleghi non conservino il ruolo apicale e che restino come tutor senza incidere sul rinnovo delle piante organiche e sulle carriere. La preoccupazione principale riguarda l'impatto psicologico e professionale sui giovani medici: il timore, espresso chiaramente da Di Silverio, è che trattenendo in servizio i colleghi più anziani si blocchino di fatto le carriere di tutti gli altri che hanno il sacrosanto diritto di veder riconosciute competenze e professionalità. Questa "gabbia" normativa, secondo l'Anaao, rischia di alimentare ulteriormente la disaffezione verso l'ospedale pubblico, spingendo le nuove leve verso il settore privato o l'estero. In sintesi, il richiamo dei pensionati viene visto come un "male necessario" che però non deve trasformarsi in un ostacolo per chi, nel sistema, vorrebbe entrarci e crescere con prospettive di stabilità e merito.

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Il fronte del "No": l'emergenza-urgenza rifiuta i tamponi

Più dura è la posizione delle società scientifiche che operano direttamente sul campo della medicina d'emergenza. La SIMEU (Società Italiana Medicina Emergenza Urgenza) e la SIMEUP (pediatrica) hanno espresso un dissenso netto, definendo l'emendamento una soluzione non realistica per un contesto ad alta intensità.

I presidenti Vincenzo Tipo e Alessandro Riccardi hanno dichiarato congiuntamente che si tratta di un provvedimento che non risolve le criticità strutturali, in particolare nei ruoli strategici quali il Pronto soccorso e i setting di emergenza-urgenza, che richiedono elevati standard di prontezza operativa, sostenibilità professionale e continuità assistenziale. Secondo i presidenti, il lavoro in Pronto Soccorso è caratterizzato da un carico fisico e mentale che mal si concilia con il prolungamento dell'età lavorativa oltre i settant'anni.

Tipo e Riccardi hanno concluso affermando che la carenza di medici non può essere affrontata prolungando l'età lavorativa, ma rendendo nuovamente attrattivo, sostenibile e riconosciuto il lavoro ospedaliero, in particolare nei contesti di emergenza. Il rischio evidenziato è quello di una medicina "tampone" che rinvia riforme strutturali indispensabili, come l'adeguamento dei compensi per le prestazioni usuranti e il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro per chi sceglie la sfida quotidiana dell'urgenza.

Di: Arnaldo Iodice, giornalista

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