“Sosteniamo da tempo che la spesa sanitaria deve essere portata ad almeno l’8 del Pil”. Gemmato: “Da Governo 7 miliardi per Ssn ma servono nuovi modelli organizzativi”
"Dobbiamo ancora attenerci a un tetto di spesa per il personale sanitario dipendente del tutto anacronistico: è stato fissato nel 2004. Mentre non abbiamo vincoli, se non quelli imposti dal bilancio, per reclutare medici e infermieri con contratti libero-professionali". Lo spiega Giovanni Migliore, presidente di Fiaso (Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere), in un'intervista a 'Il Fatto Quotidiano', “il modello su cui si regge il sistema va ripensato e va assolutamente incrementato il fondo nazionale”. Nei giorni scorsi le Regioni si sono rivolte al governo per chiedere un immediato intervento, sia sul piano finanziario che su quello legislativo, per il servizio sanitario, denunciando la drammatica situazione di sottofinanziamento e di gravissima carenza di medici e infermieri.
“Sosteniamo da tempo che la spesa sanitaria deve essere portata ad almeno l’8 del Pil”
È davvero così? "Sì, i dati sono inequivocabili. Da tempo diciamo che la spesa sanitaria deve essere portata ad almeno all’8% del Pil - ribadisce Migliore -. E ciò che è accaduto negli ultimi tre anni, – pandemia, forte rincaro dei costi energetici, il problema sempre più evidente della carenza di personale – richiede un intervento immediato. Serve subito un patto di solidarietà tra governo, Regioni e aziende sanitarie, anche perché oggi ci troviamo di fronte a un’altra vera emergenza". Quale? "Il costo del personale dipendente incide per oltre il 50% sulla spesa totale mentre il 25% circa è assorbito dall’acquisto di beni e servizi. Su questa quota - osserva - non riusciamo a intravedere cosa potrà accadere nei prossimi mesi e anni. Usufruiamo di servizi che sono ancorati a contratti precedenti il forte rincaro dei prezzi dovuti all’inflazione. E quando andremo a rinegoziarli ci sarà inevitabilmente un deciso incremento della spesa. Possiamo prevedere un aumento del 7%. Il che si traduce in almeno 1,5 miliardi di spesa in più. Intanto - continua Migliore - il personale sanitario, già ampiamente sotto organico, continua a fuggire dal pubblico e le aziende ricorrono a medici a gettone ed esternalizzano i servizi appaltandoli a cooperative. Una soluzione tampone che costa, tra l’altro, molto di più. Non siamo contrari per principio all’esternalizzazione di un servizio. E non trovo giusto che un medico che viene impiegato saltuariamente abbia una retribuzione uguale a quella di un collega dipendente".
“Siamo bloccati da un tetto di spesa stabilito vent’anni fa”
Detto questo, “è arrivato il momento di dire che quest’ultimo deve essere pagato di più, siamo ancora bloccati da un tetto di spesa stabilito quasi vent’anni fa - ricorda il presidente Fiaso -. Se non interveniamo subito sugli stipendi del personale sanitario dipendente il sistema pubblico sarà sempre meno attrattivo. La crisi più grave riguarda i pronto soccorso: mancano oltre 4 mila medici e nelle scuole di specialità la maggioranza dei contratti di formazione non vengono assegnati. Dopo anni di errori di programmazione i giovani medici non vogliono più lavorare nell’emergenza-urgenza".
“Occorre un nuovo e forte sforzo di programmazione”
"Dovremmo ridurre i posti nelle altre scuole di specializzazione, incentivando i giovani a scegliere la medicina di emergenza-urgenza non solo con un aumento significativo della retribuzione ma anche con una migliore organizzazione del lavoro. Un compito, quest’ultimo, che spetta a noi aziende ospedaliere. Occorre un nuovo e forte sforzo di programmazione. Tenendo anche conto del fatto che, paradossalmente, il ricorso alle cooperative di servizi ha portato a galla il vero valore sul mercato di un medico o di un infermiere. Anche se l’obiettivo di sanare la grave crisi del servizio sanitario nazionale non si raggiunge solo così, anche perché ci vorrebbero almeno tre o quattro anni per vedere i primi risultati", conclude.
Gemmato: “Da Governo 7 miliardi per Ssn ma servono nuovi modelli organizzativi”
"Il Servizio sanitario nazionale non ha bisogno soltanto di dotazioni di carattere economico. Il Governo Meloni porta sul Fondo sanitario nazionale per i prossimi 3 anni 7 miliardi e 50 milioni: 2 miliardi e 150 milioni per il 2023, 2 miliardi e 300 milioni per il 2024 e 2 miliardi e 600 milioni per il 2025. Ma oltre agli investimenti di natura economica, servono nuovi modelli organizzativi, vedi le reti di prossimità, nuove idee e nuovi approcci che facciano finalmente cambiare la prospettiva: la spesa sanitaria non deve essere più considerata una spesa ma diventare un investimento. Rispetto a questo abbiamo avuto e abbiamo un grande nemico, l’instabilità politica". Così il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, intervenendo al convegno "Manifesto della salute e benessere della città - Un approccio integrato per affrontare i temi di salute pubblica”, iniziativa realizzata dall’Intergruppo Parlamentare Qualità di Vita nelle Città in collaborazione con Anci, Sport e Salute , Health City Institute, C14+, Federsanità, Istituto per la competitività I-COM, Fondazione SportCity.
“Attualmente il Fondo sanitario nazionale è di 128,6 miliardi di euro – ha aggiunto Gemmato – ma anche se lo facessimo arrivare a 150-200 miliardi probabilmente ci ritroveremmo in qualche congresso a parlare di problemi perché, se non ci diamo nuovi modelli organizzativi, se non ci diamo nuove idee prospettiche evidentemente non riusciamo a dispensare salute così come recita l’articolo 32 della nostra Costituzione”.
E ancora: “A me piace declinare il concetto di salute così come è espresso dall’Oms nel 1848, un benessere fisico, mentale e sociale – quindi non assenza di malattia". Questo "significa avere un approccio diverso alla malattia, significa avere una idea di prevenzione e di gestione di quelle che possono essere le malattie non trasmissibili che sono la causa della mortalità: penso alle patologie cardiovascolari, alle malattie metaboliche. Il tema è quello dell’approccio, sicuramente Urban Health e One Health” conclude.