Il Consiglio dei Ministri, riunito lo scorso 18 febbraio, ha approvato gli schemi di intesa preliminare con le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Con questo passaggio si aprono ufficialmente i percorsi di autonomia differenziata anche in ambito sanitario, che consentono alle Regioni interessate una gestione più ampia delle risorse e delle politiche organizzative. La scelta dell’esecutivo si inserisce nel quadro della Legge 86/2024 e rappresenta un’accelerazione concreta verso un regionalismo rafforzato. Tuttavia, la decisione ha immediatamente acceso un acceso dibattito politico e istituzionale. Se da un lato si parla di maggiore efficienza e responsabilizzazione territoriale, dall’altro emergono timori circa il possibile indebolimento dell’unitarietà del Servizio Sanitario Nazionale e l’ampliamento delle disuguaglianze già esistenti tra Nord e Sud del Paese.
Il monito della Fondazione GIMBE
La Fondazione GIMBE ha analizzato l’impatto potenziale dell’autonomia differenziata sul Sistema Sanitario Nazionale, delineando uno scenario critico. Secondo l’ultimo Rapporto, le disuguaglianze regionali sono già profonde: dal 2010 al 2022 nessuna regione del Sud è riuscita a collocarsi tra le prime dieci per adempimento dei LEA, mentre Lombardia e Veneto figurano stabilmente ai vertici. Nel 2023 il divario di aspettativa di vita tra la Provincia autonoma di Trento (84,6 anni) e la Campania (81,4 anni) ha raggiunto i 3,2 anni, a fronte di una media nazionale di 83,1. Anche la mobilità sanitaria conferma il gap: tra il 2012 e il 2021 quattordici regioni, quasi tutte del Centro-Sud, hanno accumulato un saldo negativo di 14,5 miliardi di euro, mentre Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna attraggono la quasi totalità della mobilità attiva. Per GIMBE, senza un adeguato finanziamento dei LEP e senza una revisione dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, l’autonomia rischia di cristallizzare e amplificare queste fratture strutturali.
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La posizione della FNOMCeO
La FNOMCeO, riunita a Roma con i 106 Presidenti degli Ordini provinciali, ha approvato all’unanimità una mozione che chiede di escludere la materia delle Professioni dagli schemi di intesa. L’obiettivo dichiarato è garantire “omogeneità nel riconoscimento dei titoli abilitanti, anche in relazione alla mobilità internazionale dei professionisti”. Il Consiglio nazionale esprime “grande preoccupazione che, nel processo di attuazione delle norme sulla autonomia differenziata, si comprometta l’unicità del SSN, in assenza di una profonda revisione del Ministero della Salute quale garante di uguaglianza dei cittadini di fronte alla salute, ai sensi dell’art. 3 della Costituzione”.
Il timore è che l’ulteriore accentuazione delle autonomie regionali in tema di tutela della salute sia “un ulteriore fattore che potrebbe incrementare le diseguaglianze in sanità già da tempo presenti nel Paese che, in questi venti anni di sanità delle Regioni, non hanno trovato soluzioni adeguate”. Il presidente Filippo Anelli ha ribadito che: “Siamo convinti che, a fronte di ogni intervento sull’autonomia differenziata che incida sulla sanità sia necessario rafforzare il Ministero della Salute, restituendogli un ruolo importante di governance centrale”.
Le critiche di CIMO-FESMED e ANAAO-ASSOMED
Dura la reazione dei sindacati medici. CIMO-FESMED e ANAAO-ASSOMED parlano apertamente di rischio per la tenuta del sistema pubblico. Guido Quici, presidente di CIMO-FESMED, afferma senza mezzi termini: “Di Nazionale, del Servizio Sanitario, era già rimasto ben poco. Ora possiamo celebrarne il funerale definitivo”. A suo giudizio, invece di rivedere i criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale per garantire pari condizioni di partenza, si rafforzano le Regioni già avvantaggiate. Pierino Di Silverio, segretario nazionale ANAAO-ASSOMED, definisce il provvedimento “pagina buia nel libro nero della sanità italiana” e “scelta profondamente sbagliata e pericolosa per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale”, paventando il rischio di “una sanità a più velocità, in cui il diritto alla cura dipende dal codice di avviamento postale e non dai bisogni di salute”. Entrambe le sigle chiedono interventi urgenti per garantire equità, uniformità dei livelli essenziali di assistenza e tutela dei professionisti, affinché il sistema resti realmente nazionale e universalistico.