Medici di famiglia: come cambierebbe il lavoro in caso di dipendenza?

Scopri come cambierebbe il lavoro dei medici di famiglia in caso di dipendenza dal SSN. Analisi dei pro e contro, e delle implicazioni per pazienti e professionisti.

Sommario

  1. Medici di famiglia dipendenti del SSN: cosa prevede la riforma e come cambierà la professione
  2. Riforma dei medici di famiglia: tra favorevoli e contrari, quali scenari per il futuro della professione?

La legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, all’articolo 25, stabilisce che le prestazioni di cura, erogate sia in forma ambulatoriale che domiciliare, comprendono: 

  • Assistenza medico-generica, 
  • Assistenza medico-specialistica, 
  • Assistenza infermieristica, 
  • Assistenza ospedaliera, 
  • Assistenza farmaceutica. 

L’assistenza medico-generica e quella pediatrica, secondo l’articolo 25 della legge istitutiva del SSN, vengono perciò erogate in favore dei cittadini dal personale dipendente del SSN o da quello convenzionato, operanti nelle USL o nel comune di residenza del cittadino/paziente; il medico di fiducia del cittadino può essere scelto solo tra questo tipo di medici. 

Su tale impianto normativo interviene, nel 1992, il decreto di riordino della disciplina in materia sanitaria, che all’articolo 8 disciplina, in maniera specifica, l’attività del medico di base quale libero professionista operante in convenzione con il SSN. 

Il rapporto tra MMG, PLS e SSN è disciplinato da apposite convenzioni di durata triennale, conformi agli accordi collettivi nazionali stipulati con le organizzazioni sindacali di categoria maggiormente rappresentative, stilate in virtù di una serie di principi generali che riguardano sia il rapporto con il paziente (ad esempio la libera scelta del medico da parte dell’assistito) che i servizi erogabili e il rapporto con il SSN. 

Il medico di famiglia esercita come libero professionista, in modo tale che il tempo complessivamente dedicato alle attività in libera professione non rechi pregiudizio al puntuale e corretto svolgimento degli obblighi del medico, sia in studio che presso il domicilio del paziente. 

L’accesso alla professione di medico di medicina generale o di pediatra del SSN avviene tramite una graduatoria unica per titoli, predisposta annualmente a livello regionale; l’iscrizione alla graduatoria è oggi consentita anche a coloro i quali frequentino il secondo anno del corso biennale di formazione specifica in medicina generale, quali medici aspiranti all’assegnazione degli incarichi. 

L’impegno orario di un medico di famiglia, oggi, oscilla tra un minimo di cinque ore e un massimo di venti ore, da organizzare garantendo l’apertura dello studio 5 giorni a settimana nella fascia oraria 8-20, preferibilmente dal lunedì al venerdì. 

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Medici di famiglia dipendenti del SSN: cosa prevede la riforma e come cambierà la professione

Da quando Dataroom – la rubrica curata da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera – è entrata in possesso in anteprima della bozza di riforma dei medici di medicina generale, si è scatenato un ampio dibattito tra gli operatori del settore per cercare di capire se il nuovo modello di assistenza potrà o meno essere utile a medici e pazienti. 

La novità più importante del testo di 22 pagine di bozza di riforma sembra essere il passaggio dei medici di famiglia da liberi professionisti a veri e propri dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale. 

Se i medici di famiglia dovessero realmente diventare dei dipendenti del SSN, cambierebbe anche il loro sistema previdenziale: attualmente, infatti, il libero professionista versa la cosiddetta quota B di contributi all’ENPAM, mentre invece il lavoratore dipendente del SSN trova i contributi versati in busta paga direttamente all’INPS.  

Nelle intenzioni degli estensori della riforma cambierà il monte ore che ciascun medico dovrà garantire, secondo il seguente schema: 

1) fino a 400 assistiti: 38 ore da rendere nel distretto o sue articolazioni, delle quali 6 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale; 

2) da 401 a 1.000 assistiti: 12 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale;  

3) da 1001 a 1.200 assistiti: 18 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale;  

4) da 1.201 a 1.500 assistiti: 21 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale; 

5) oltre a 1.500 assistiti: 24 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale. 

Tra le “esigenze della programmazione territoriale” rientrano attività come le visite di pazienti di altri medici distrettuali o le vaccinazioni, da eseguire preferibilmente nelle Case di Comunità oppure negli ambulatori pubblici che le Regioni dovranno mettere a disposizione. 

La riforma sembra nascere per far fronte a un dato di fatto preso in considerazione anche dal PNRR: l’esponenziale invecchiamento della popolazione con conseguente incremento della necessità di assistere pazienti over 65 e malati cronici, garantendo sempre più l’assistenza in luoghi più vicini all’assistito (la casa, l’ambulatorio) ed evitando così accessi inutili che possano intasare il pronto soccorso. 

Cambierà, inoltre, l’accesso alla professione di medico di famiglia, con l’istituzione di un corso di laurea specialistico di quattro anni, che andrà a sostituire il corso di formazione triennale regionale attualmente in essere. 

Riforma dei medici di famiglia: tra favorevoli e contrari, quali scenari per il futuro della professione?

La Fimmg bolla la riforma ritenendo che la stessa sottrarrà ai cittadini l’unica figura di riferimento fiduciaria esistente nell’attuale assetto socio-sanitario, rappresentata proprio dal medico di famiglia.

Le Regioni, dal canto loro, sono favorevoli a questo tipo di riforma, che potrebbe far funzionare a pieno regime le Case di Comunità finanziante con il PNRR: si tratterebbe di una grande svolta, considerato che le Case di Comunità attualmente attive si sono rivelate un fallimento e non riescono a garantire i servizi minimi proprio per assenza di personale.

Enpam si dimostra contraria a un passaggio da convenzionati a dipendenti dei medici di famiglia, perché la Fondazione andrebbe a scontare un costo insostenibile, dovuto proprio all’ingente perdita di contributi versati da parte dei medici di famiglia, che transiterebbero dalla cassa Enpam all’Inps.

A parere di chi scrive, sostituire il regime di libera professione in convenzione con quello del medico dipendente potrebbe scatenare anche una fuga dalla medicina generale: molti medici di famiglia, infatti, affiancano tale attività ad altre, come l’ambulatorio privato multispecialistico. La riduzione del tempo a disposizione dei propri pazienti privati potrebbe spingere i medici di famiglia a ripensare le proprie scelte e abbandonare il pubblico (come già è successo in altri ambiti): non tutti i sanitari inseguono “il posto fisso” a discapito della propria libertà personale e professionale.

Non va inoltre trascurato l’aspetto previdenziale, perché molti medici di famiglia in avanti con l’età potrebbero – calcolatrice alla mano – ritenere non proprio conveniente passare da Enpam a Inps come cassa di previdenza, anche in virtù dei requisiti minimi contributivi previsti per la pensione Inps.

Il testo della riforma, salvo le poche novità trapelate grazie ad alcune redazioni giornalistiche, è ancora top secret, e dovrà essere discusso in Conferenza delle Regioni; purtroppo, in assenza del testo ufficiale possiamo limitarci solo a queste osservazioni generali.

Consulcesi terrà aggiornati i propri lettori sui futuri sviluppi e sui cambiamenti in corso d’opera, inevitabili dopo la discussione della bozza di riforma con i diretti interessati.

Di: Manuela Caluatti, avvocato - quotidianosanita.it

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